Una bambina e il mare

Agosto, per definizione il mese delle vacanze. 

Quando ero bambina le vacanze volevano dire mare, in particolare il mare di Arma di Taggia, grazie alle origini liguri di mio padre, e il mare di Grado. Infatti, ogni estate avevo la fortuna di poter trascorrere alcuni giorni   in entrambe le località: due vacanze simili ma allo stesso tempo diverse. 

Una all’insegna delle uscite in gommone per raggiungere il banco d’Orio, dove sbarcavamo come se dovessimo viverci per una settimana. Giusto per farvi capire, alle volte eravamo in 8 (io, mamma, papà, sorella, gli zii, mio cugino e il loro cane, un pastore tedesco gigantesco) più tanti, ma tanti bagagli! Ombrelloni, sdraio, lettini, sacche piene di asciugamani, costumi da bagno, giochi e le immancabili borse frigo, quelle rigide con la maniglia che a seconda di come la posizionavi bloccava l’apertura. Inutile dire che sbarcare era un’impresa ma ne valeva davvero la pena. Si arrivava in quel luogo dalle spiagge un po’ selvagge, battute dalle onde del mare aperto…sembrava, ai miei occhi di bambina, di essere naufragata su di un’isola deserta.

L’altra era la vacanza dal lunghissimo viaggio, quasi interminabile, con partenza notturna di solito poco dopo la mezzanotte, per evitare il traffico e il caldo (ecco, non pensiate che sia una vecchietta, ma sappiate che una volta le automobili non avevano l’aria condizionata). Mio papà cercava di risposare fino all’ultimo, dopo aver caricato la macchina di un sacco di bagagli! Giusto per farvi capire, ce n'erano anche sul sedile posteriore, a mo’ di torre che divideva me e mia sorella per l’intera durata del viaggio. Se ci appoggiavamo per cercare di dormire, il rischio che tutto crollasse era pari al 100%. Ma quando alle prime luci dell’alba si apriva davanti a noi la vista della riviera dei fiori, i nostri occhi iniziavano a brillare perché sapevamo che mancava poco all’arrivo.

Ancora adesso ci sono odori, suoni, colori che mi riportano indietro a quegli anni, a quando camminavo scalza sulla sabbia, mi sedevo in riva al mare e iniziavo a cercare conchiglie di tutte le forme e colori; a quando entusiasta correvo da mia madre per portarle i pezzettini di vetro del color del mare trovati sulla battigia, dai bordi levigati dall’acqua, e immaginavo da chissà quale posto lontano potessero provenire; quando raccoglievo legnetti lisci e consumati che con la mia fantasia prendevano le sembianze di qualche animale.

In tutti questi miei ricordi, il mare e le spiagge sono luoghi sicuri in cui poter giocare, in cui poter scovare tesori da conservare, sono luoghi puliti. Ma quale è la situazione oggi? Adesso che il passatempo preferito di mia figlia al mare è identico al mio, perché anche lei, come tutti i bambini, cerca, raccoglie e scava nella sabbia, devo dire che purtroppo non sempre quello che trova è un tesoro da conservare. 

L’inquinamento ambientale è una delle piaghe dei nostri giorni e l’inquinamento marino ne è uno dei grandi temi, specialmente l’inquinamento marino da plastica. L’acqua del mare ha grandi capacità auto-depurative, grazie alla sua composizione e alla sua massa che consentono un’efficace azione di diluizione e ossigenazione. Ma ciò diventa difficile quando l’immissione di rifiuti supera di gran lunga la capacità depurante del mare. La plastica è un prodotto sintetico a lunga conservazione, quindi si degrada meno velocemente e nonostante ciò è uno dei prodotti dell’attività umana più utilizzato (si calcola che negli ultimi 65 anni ne sono state prodotte 8300 milioni di tonnellate). Come finisce la plastica nel mare? Viene trasportata da vento, piogge, scarichi urbani, fiumi. Ogni anno dai 4 ai 12 milioni di tonnellate di plastica finiscono nei mari di tutto il mondo, anche negli oceani. Qualunque oggetto in plastica, una volta finito nel mare, si spezza in frammenti più piccoli per l’azione dell’erosione dell’acqua e delle correnti. Questi frammenti possono raggiungere dimensioni microscopiche inferiori a 5mm di grandezza e diventano così una delle maggiori cause di morte per soffocamento di pesci, tartarughe e uccelli marini che li scambiano per cibo e plancton. Oltre alla morte per soffocamento e ingestione, c’è anche quella per intrappolamento e ferite.

Procida, Capitale Italiana della Cultura 2022, dedica una mostra fotografica sul tema dell’inquinamento marino, con gli scatti di tre grandi fotografi subacquei che testimoniano la convivenza tra gli organismi marini e la plastica.

Dai un'occhiata qui...

Sappiamo bene quali sono le soluzioni per arginare questo disastro ambientale: riduzione della produzione e del consumo di plastica; una corretta raccolta differenziata; scelta di prodotti con meno imballaggi e/o plastic free. 

E noi cosa possiamo fare nel nostro piccolo? Il nostro contributo è fondamentale, anche se ci sembra infinitesimale rispetto a quello che le politiche internazionali possono fare. 

Ecco un’esperienza bellissima da ammirare e magari da emulare. Questa coraggiosa insegnante è passata anche per le spiagge del nostro Friuli Venezia Giulia.

Qui la prof che gira l’Europa per pulire mare e spiagge

Oltre all’azione dei singoli, esistono interessanti e valide iniziative come quella di The Ocean Cleanup (qui) o di Legambiente (Spiagge e fondali puliti qui).

Una cosa però mi ha colpita e mi è rimasta impressa ripensando alla me bambina che andava in vacanza al mare e che sognava guardando l’acqua infrangersi sulla spiaggia: quanta consapevolezza c’era? Quanta attenzione e sensibilità? 

I contributi di Archeoplastica (qui e qui) devono farci riflettere e pensare alle nostre vacanze non solo come momenti di svago e relax, ma anche come occasioni per rendere il nostro mare un luogo pulito.

Scritto da @fridadicarta


Commenti