Io ho ricominciato da un cortile. Un cortile grigio di periferia, con un
canestro sbilenco e senza rete.
Ogni giovedì, quel cortile dietro la
scuola si riempiva di auto: alla stessa ora si riunivano i
partecipanti al corso di ballo country (piano terra, palestra) e una
decina di anime perse che occupavano un cerchio di sedie gialle (primo
piano, a fianco del ripostiglio).
"Ciao a tutti, sono Anna e soffro di dipendenza affettiva". Seguiva breve coro di saluti.
Nel cerchio entrava di tutto: storie di botte, di figli persi, di
partenze, di finestre serrate, di silenzi blindati e grida. Tutto entrava e si
rimasticava, bocca dopo bocca. Tutto entrava e tornava, più pulito e
chiaro, tra le mani di chi lo aveva consegnato. Nulla usciva: chi aveva sentito serbava parole e dolori per sè.
Ho ricominciato dal quel cortile spoglio, che raggiungevo sempre con mezz'ora di anticipo per fumare nervosamente diverse sigarette fino a quando Pino, il veterano, arrivava con le chiavi della sala.
Seduta nel cerchio del dire - le gambe piegate e raccolte, gli occhi alla finestra, febbrili - ho mostrato i miei danni, ho chiesto perdono, ho assolto. Ma soprattutto mi è stata mostrata, in un circolare e ininterrotto gioco di specchi, la mia trappola. Quella che pazientemente e senza posa, avevo costruito.
Ed è così che ho ricominciato. Distruggendo.
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