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| Io e mamma |
L'altra sera al telefono ti ho chiesto se ricordavi le puntarelle, quelle che preparavi appena scottate e condite ancora tiepide con un filo di buon olio. Mi hai risposto che non sapevi proprio cosa fossero queste "puntarelle" e che di sicuro non ti erano mai piaciute perché le verdure davvero non ti vanno giù. Sono stata al gioco, il gioco a cui non hai scelto di partecipare e ti ho risposto che era proprio giusto, perché ci sono così tante cose buone da mangiare e le verdure possono aspettare.
A volte nelle fotografie in cui siamo assieme mi indichi e dici: "questa è mia mamma" e poi, come qualcosa di molto volatile, colorato e senza peso, passi ad altro. Un'altra foto, una collana luccicante, qualcosa fuori dalla finestra e già sei altrove.
Non ricordi mio padre, un uomo denso, pesante e difficile con cui abbiamo trascorso anni scuri e faticosi. Non c'è traccia di lui nella tua memoria, ho provato tante volte a sondare, ma hai fatto un ottimo lavoro di pulizia. In realtà non ti serviva conservarlo.
Non ricordi di avere cucinato per me un sushi da paura, il più buono del mondo. E mentre te lo dico, cogli una vena di rimpianto e di tristezza nella mia voce e rispondi: "beh, magari ci posso anche provare". Ma tu non sai neanche più dove sta la farina nell'armadio.
Ci sono momenti in cui manchi esattamente tu, manca quello che rappresenta una mamma: il tuo esserci comunque e sempre, l'idea che la prima telefonata dopo un esame, una visita medica, una grande notizia, era per te.
Abbiamo vissuto lontane e c'era questa strana tradizione di sentirci ogni sera alle dieci, mentre il giorno si chiudeva per me, una volta archiviati pannolini e minestrine. Ascoltavi, io dicevo.
Qualche volta mi tocchi come se tastassi qualcosa di nuovo, come se cercassi di trovare qualche parte di me che riconosci, che ritrovi.
Sei sideralmente lontana e vicinissima mamma, proprio dentro, molto in fondo, in un luogo sicuro.
Spero che lì tu possa star bene.

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